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La
mezzadria
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se oggi il fenomeno della mezzadria è scomparso, appare utile
ricordare quello che esso fù e che rappresentò a Montenero, nella
Valdorcia ma anche in tutta la Toscana.
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OMBRE E
LUCI DELLA MEZZADRIA
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L'istituto
mezzadrile, basato sul podere e la fattoria, ha contraddistinto per
mezzo millennio l' organizzazione del territorio toscano. Ancora un
secolo fa, oltre il 70% della superficie agraria toscana era condotta
a mezzadria. In certi periodi questa forma di conduzione è sembrato
l' unico mezzo idoneo per assicurare la pace sociale, una buona
redditività al proprietario e i necessari mezzi di sussistenza al
colono, cointeressato alla produzione.
Il paesaggio della mezzadria
investe soprattutto l' area collinare ove la minore fertilità del
terreno e la maggior diffusione dei seminativi comportava una maglia
poderale più ampia e, nel caso delle grandi proprietà, una
conduzione con salariati. Nel caso più classico, che permetteva di
massimizzare il reddito fondiario, la dimensione del podere era
commisurata all' estensione ritenuta necessaria per assicurare di che
sopravvivere ad una famiglia colonica media, tenendo conto della metà
spettante al proprietario.
Le aziende agrarie variavano molto di ampiezza ma la
maggior parte della superficie era assorbita dalla grande proprietà,
per lo più suddivisa in poderi condotti di solito a mezzadria e
raramente da salariati, sotto il controllo di un fattore residente sul
posto, mentre i proprietari vivevano di solito nei centri cittadini.
Non mancava la media proprietà, assai diffusa nella borghesia
toscana, con aziende condotte esclusivamente a mezzadria e con
residenza stagionale dei proprietari dei fondi.
I proprietari
coltivatori erano piuttosto numerosi nella zona del Monte Amiata;
possedevano di solito dei piccoli appezzamenti da cui traevano di che
vivere decorosamente solo nelle aree più fertili, mentre in alta
collina e in montagna, unico rimedio all' indigenza era la emigrazione
stagionale (in collina per la vendemmia o la raccolta delle olive, in
pianura per lavori di vangatura e rassodamento o per i lavori di
mietitura).
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LA FAMIGLIA MEZZADRILE
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Più o
meno numerosa, poteva arrivare anche a 20 - 25 membri, era poggiata su
una chiara organizzazione e disciplina interna e formava una vera unità
di lavoro e di vita. Era indiscussa, per esempio, l' autorità del capoccia
(il padre o il primogenito) che teneva i rapporti col
proprietario e col fattore e assegnava a ciascuno il suo compito
quotidiano. Sovrintendeva alle faccende domestiche e alla
conduzione dell' allevamento di animali da cortile la massaia (di
solito la moglie del capoccia), mentre anche i vecchi e i ragazzi
concorrevano ai lavori nel podere, in casa e nella stalla. Talvolta
era assunta anche manodopera estranea alla famiglia per lavori
stagionali, i bifolchi o garzoni.
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LA TERRA
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Il campo poteva avere le dimensioni più
varie a seconda delle pendenze dei terreni; queste ultime richiedevano
spesso una serie di opere complesse per assicurare il drenaggio (lo
scavo dei fossi, espressamente previsto nei patti mezzadrili) e ancor
più complicati interventi per il terrazzamento delle pendici,
documento ben visibile ancora oggi - seppure in molti casi in
abbandono - delle fatiche e dell' ingegno di tante generazioni di
agricoltori. I capitali necessari all' impianto delle colture, ai
miglioramenti fondiari, all' acquisto del bestiame, alla costruzione
delle case rurali venivano quasi esclusivamente dalle città ove i
proprietari per lo più risiedevano. L' impiego di capitali cittadini
avveniva fin dall' epoca comunale e subì un rallentamento nel Contado
senese dal XIV secolo, per la decadenza del capoluogo.
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L' EVOLUZIONE NEL '600 e '700
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Le condizioni di vita dei mezzadri
si aggravarono nel seicento e settecento per l' introduzione nei patti
di una serie di regalie a favore del proprietario e che gravavano
sulla parte spettante al mezzadro, spesso in modo diverso da un podere
all' altro. Tra gli altri aggravi il "patto della fossa",
che obbligava i mezzadri a fare ogni anno faticosi lavori per l'
impianto di nuovi filari di viti.
Pane, vino, olio, animali da cortile e prodotti dell'
orto erano quasi sempre disponibili in quantità sufficienti per le
necessità alimentari della famiglia colonica, peraltro assai frugale.
Questa frugalità, sulla quale si è insistito anche troppo nella
letteratura sulla mezzadria, era tuttavia unita a uno spirito di
ribellione verso il "padrone", come dimostra la storia delle
agitazioni contadine, fin dalla fine del secolo scorso.
L'
autosufficienza alimentare era importante in un' epoca in cui gli
scambi si attuavano con difficoltà, ma talvolta ostacolava le
innovazioni. Non sempre questa autosufficienza era garantita; erano
frequenti i casi di indebitamento per l' acquisto di prodotti di prima
necessità nelle annate sfavorevoli, dato che il colono quasi non
disponeva di denaro liquido. Naturalmente le condizioni del mezzadro
variavano a seconda dei casi e erano legate alla collaborazione e all'
accordo tra le parti e la benevolenza del proprietario; peggiore era
la sorte di quei contadini che avevano a che fare con speculatori che
trascuravano il rinnovo e la manutenzione degli impianti, mentre, un
buon accordo tra le parti permetteva anche una modesta accumulazione
di capitale.
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IL FATTORE
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Una tipica figura di intermediario fra
le proprietà e il colono fu il fattore; il "sor fattore"
spesso aggravò le condizioni del mezzadro, diminuendone la libertà
d' azione per le sue funzioni di controllo delle spese e della
ripartizione del raccolto e l' accentramento delle funzioni di
direzione tecnica e amministrativa. Era tradizione che il fattore
rimanesse scapolo per meglio dedicarsi alle sue funzioni, quasi in una
sorta di sacerdozio laico.
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I FATTORI DELLA CRISI MEZZADRILE
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Una prima rottura dell' equilibrio
sociale nelle campagne la si ebbe dopo la prima guerra mondiale, ma l'
ideologia ruralistica del fascismo rinviò, almeno temporaneamente, la
soluzione del problema. Sotto l' apparente staticità, nel mondo
mezzadrile eran però sottese notevoli tensioni che una volta esplose
portarono questo secolare istituto all' esaurimento del suo ciclo
storico.
Con la caduta del fascismo i patti agrari furono migliorati
e, nel 1947-48, pur rimanendo invariata la divisione a metà delle
spese fra concedente e colono, fu stabilita l' assegnazione a quest'
ultimo del 53% del prodotto. Furono inoltre sospese le prestazioni
gratuite a cui il colono era fino allora assoggettato.
Nel 1964 furono introdotti ulteriori miglioramenti;
diritto dei coloni alla condirezione aziendale e attribuzione del 58%
dei prodotti, mentre, nel contempo, si proibiva la stipula di nuovi
contratti di mezzadria. Nell' ultimo dopoguerra, e specialmente a
partire dalla metà degli anni '50, gli spostamenti verso le aree
urbane hanno acquistato un ritmo molto intenso, quasi di fuga
generalizzata; molti poderi son rimasti abbandonati o affidati a
nuclei contadini sempre più ridotti e formati da anziani. Ne è
seguita la tendenza a una riconversione culturale e a una riforma
delle strutture aziendali, che permane tuttora.
Uno dei principali fattori che hanno assestato il
colpo decisivo alla mezzadria è stata la ricerca di maggiore libertà
e autonomia da parte del colono. Già da tempo l' isolamento contadino
sul quale si basava "la pace sociale" nelle campagne
costituiva un motivo di malcontento. La soggezione al proprietario e
al fattore e la precarietà del rapporto che poteva essere rescisso in
tronco dal concedente, non erano più tollerabili anche per la spinta
di stimoli politici, diffusi largamente nelle campagne.Talvolta, lo
stesso proprietario, a sua volta pressato da situazioni vincolanti, ha
preferito sciogliere il rapporto e organizzare in altro modo, oppure
alienare l' azienda.
Altri fattori erano endogeni e risiedevano nella
struttura stessa della tradizionale famiglia mezzadrile, ove l'
autorità del capoccia toglieva ogni autonomia e indipendenza
economica ai giovani, che hanno spesso preferito la vita, forse più
dura, di salariato o di operaio in città, pur di svincolarsi da
situazioni di isolamento sociale.
Oggi, dopo che lo spopolamento delle campagne ha quasi
ovunque esaurito il suo ciclo virulento, si possono valutarne gli
effetti, ben visibili a chi attraversa la campagna. Si deteriorano le
opere di terrazzamento, di contenimento e deflusso delle acque, come
pure le strade poderali ormai prive di manutenzione. Tale situazione
è poco sentita nell' area amiatina e del senese dove le zone agricole
sono in ripresa, anche ad opera di cittadini che il richiamo della
vita di campagna ha attirato nelle zone rurali.
L' aspetto positivo di
queste vicende recenti delle campagne sta nel rinnovamento delle
colture, nella meccanizzazione e nell' allargamento dei poderi,
evoluzione permessa dal diminuito peso della mano d' opera, che ha
avviato il processo di miglioramento dei termini di scambio ancora
troppo sfavorevoli all' agricoltore.
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LE NUOVE FORZE
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Nelle zone
dove lo spopolamento, divenuto esodo, ha lasciato vasti spazi incolti,
accanto alle colture cerealicole superstiti, riprende vigore l'
allevamento ovino, con greggi numerose condotte per lo più da pastori
sardi immigrati che costituiscono ormai una numerosa colonia. Essi
traggono un reddito abbastanza elevato da terre destinate all'
abbandono totale, recuperandole al ciclo della produzione.
E' un
fenomeno che ha ormai assunto rilevanza economica e sociale e che
pone, urgentemente, il problema di una migliore convivenza tra vecchi
residenti e immigrati, superando le reciproche incomprensioni e
chiusure.
Negli ultimi anni si sono aggiunte nuove forze di
manovalanza e prestatori d' opera provenienti dai paesi
extracomunitari inseritisi anche nel campo agricolo.
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